G
IOVANNA
V
ENTRONE
V
ASSALLO
Ceramica islamica / Islamic Pottery
As for the decoration, we can notice that on Islamic
pottery, both of the unglazed type and covered with
variously opaque glazing, the common repertoire used
features mostly geometric or floral patterns, followed
by zoomorphic and epigraphic ones; also documented
are the anthropomorphic motifs, though more rarely and
in close connection with certain categories. Considered
in its entirety, both in spatial and chronological terms,
the decoration of pottery shows, on the one hand, a
specifically Islamic ability to endlessly multiply
versions of any decorative pattern and mix them
together to produce highly imaginative representations,
tending towards abstraction, giving birth to the well-
known arabesque, and on the other hand the constant
and reverent respect for writing – bearing sometimes
clear messages, some other times graphic evocations –
in which high levels of craftsmanship are often
achieved.
Unglazed wares
(MO87, MO171-MO176)
Eastern Iranian territories; 10th-12th century.
The vase MO87 and the six medallion-shaped lids, MO171-
MO176, are to be included in the wide category of ‘water jugs’
closed forms and belong to an already highly developed
production of which they witness quite unusual morphological
aspects. In fact, the shape of the first vessel, which due to the
absence of both handle and spout can only be identified as a
‘flower vase’, is not among the most frequent ones; yet, the
type of craftsmanship (through two moulds) and the
decoration obtained by applying seals with little floral and
geometric motifs, allow its attribution to the Khurasan, from
the 11th century onwards (Wilkinson 1973: 291, 292).
More interesting, on the other hand, are the six
fragmented and worn discs with scallop border, featuring a
moulded decoration with zoomorphic motifs (MO171-
MO176), which turned out to be rotating lids, originally
placed in the handle of a medium-sized jug, as is well
illustrated by an exemplar coming from Samarkand (Fig. 1;
Terres secrètes
1992: 61, no. 78).
numerose testimonianze nel Museo Internazionale
delle Ceramiche di Faenza.
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Quanto agli ornati si può constatare che sulla ceramica
islamica, sia essa nuda o rivestita di vetrine più o meno
opacizzanti, è utilizzato un repertorio comune nel quale
i motivi più frequenti attingono al repertorio geometrico
e floreale; seguono poi quelli zoomorfi ed epigrafici, e
non mancano infine quelli antropomorfi, sebbene più
raramente e ben individuati per categorie. Nella
decorazione della ceramica, nel suo complesso spaziale
e temporale, si riconoscono sempre sia la capacità tutta
islamica di moltiplicare all’infinito varianti di ogni tipo
di ornato e di combinarle insieme per ottenere una
rappresentazione immaginifica, lontana dal reale, dando
vita al ben noto arabesco, sia il costante e riverente
rispetto per la scrittura alla quale si affidano ora chiari
messaggi, ora evocazioni grafiche e dove assai spesso
si raggiungono alti livelli di maestria.
Ceramica non invetriata
(MO87, MO171-MO176)
Territori iranici orientali; X-XII secolo.
Il vaso MO87 e i sei coperchi a medaglione MO171-MO176
rientrano nell’ampia categoria delle forme chiuse della
‘ceramica d’acqua’ e si collocano in un periodo già maturo
della produzione della quale documentano aspetti abbastanza
inconsueti per quanto attiene alla morfologia. Infatti la sagoma
del primo, che può indentificarsi solo con il ‘vaso da fiori’, in
mancanza di ansa e di versatoio, non è tra le forme più
ricorrenti ma la sua fattura mediante due matrici a stampo e la
decorazione ottenuta mediante sigilli con piccoli motivi
floreali e geometrici lo collocano nella produzione del
Khurasan a partire dall’XI secolo (Wilkinson 1973: 291, 292).
Più intriganti sono invece i sei dischi smerlati, frammentari
e consunti dall’uso, con decorazione stampata a motivi
zoomorfi (MO171-MO176) i quali sono risultati essere dei
coperchi ruotanti, originariamente inseriti nell’ansa di una
brocca di media grandezza, come ben illustra un esemplare
proveniente da Samarcanda (Fig. 1;
Terres secrètes
1992: 61,
n. 78).
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